Famiglia tuttofare in viaggio

Sarajevo con bambini

I 140 km che da Mostar portano a Sarajevo sono in prevalenza su una strada che si inerpica nella florida vallata. La strada è fiancheggiata dal fiume Narenta e da alti e verdi crostoni di roccia che incorniciano paesaggi da cartolina. La Bosnia è ancora una terra brulla e selvaggia, i suoi colori sono infinite sfumature di verde e beige.

Durante le due ore e mezza di tragitto si alternano piccoli paesini a poche case sparse ormai dimesse. L’autostrada è pressoché inesistente e il lento fluire dei km sembra volerti preparare ad una città che va scoperta e capita lentamente.
Arrivati a Sarajevo è difficile dire in parole ciò che si sente.

Sarajevo è il vecchio mercato, i bazar brulicanti di pashmine colorate e oggetti incisi di metallo. Sono i caffè bosniaci dove le persone sorseggiano lentamente kafana servito nella dzezva, le tantissime moschee, le chiese cattoliche ed ortodosse. Sarajevo è la fusione di culture diverse, l’incontro fra oriente ed occidente. La popolazione della città è costituita da etnie e religioni diverse: bosniaci, serbi e croati, musulmani, cattolici, ebrei ed ortodossi professano le loro usanze e credenze e cercano, in un tacito non ricordiamo il passato, di convivere pacificamente. Sarajevo

Case in stile art nouveau in evidente stato di degrado si alternano con colorate abitazioni da poco ristrutturate, vecchi palazzoni dell’era socialista costeggiano i grandi viali della città. Un mix architettonico che enfatizza ancora di più l’eterogenietà di questa unica città.


Ma Sarajevo è anche un tuffo in un passato tristemente ancora vicino e vivo, una profonda cicatrice che fa fatica a rimarginarsi. Le rose di Sarajevo, i buchi di mortaio sulle case, il viale dei cecchini, gli edifici abbandonati, i musei che raccontano un assedio devastante. Sarajevo e i suoi abitanti sono stati duramente colpiti dalla guerra degli anni ’90. I 44 mesi di assedio hanno creato ferite che ancora non sembrano cicatrizzate.

Di solito non amiamo tour guidati, ma questa volta volevamo capire, sapere la vera storia. Abbiamo perciò deciso di integrare il nostro vagare in autonomia ad una visita guidata della città. Abbiamo perciò passato 3 ore e mezza con una preparatissima guida locale che ha raccontato la triste vita di Sarajevo negli anni della guerra. Un racconto vero da chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle e sulla pelle dei propri famigliari.

Purtroppo per problemi lavorativi dell’ultimo minuto abbiamo potuto trascorrere solo un giorno a Sarajevo, riducendo di molto le tante cose programmate, ma vi faremo presenti le attrattive suggerite dalla guida locale. Ma partiamo dall’inizio.

Arrivati a Sarajevo abbiamo parcheggiato la vettura in un parcheggio a pagamento il Skenderija Garaza e ci siamo incamminati sulla via Obala Kulina Bana che costeggia il fiume Miljacka. All’altezza del Latin Bridge, il ponte ottomano famoso perché vicino alla sua estremità settentrionale fu ucciso il re Francesco Ferdinando d’Austria, si trova l’agenzia che abbiamo deciso di utilizzare per conoscere veramente Sarajevo, l’agenzia Insider.

Abbiamo scelto questa agenzia per la disponibilità degli operatori, per la varietà di tour offerti e per la possibilità di avere guide locali parlanti italiano, con due bimbi era per noi essenziale che capissero anche loro, l’agenzia si trova in Zelenih Beretki. Noi abbiamo scelto il tour Times of Misfortune, un giro di 3 ore abbondanti che ripercorre quello che la città e i suoi abitanti hanno vissuto dal 1992 al 1995, nel tour è compreso il trasporto in pulmino e l’ingresso al Tunnel.

Il tour inizia con la salita alla fortezza gialla, dalla fortezza si gode di una bella vista dall’alto di Sarajevo, la posizione ti fa rendere conto di come Sarajevo sia in una conca, circondata dalle colline, e sia stata perciò facilmente attaccabile dei serbi durante l’assedio.

Si ripercorrono in pulmino poi le principali  tappe che hanno segnato l’assedio a Sarajevo: il vecchio ospedale di maternità, il cimitero degli eroi, il viale dei cecchini, i monumenti dedicati alle vittime della guerra fino a giungere al museo Tunnel della Speranza, il Tunnel costruito dai bosniaci per collegare Sarajevo, completamente isolata, con altre città bosniache. Tunnel costruito da normali cittadini sotto l’aeroporto, unico punto non controllato dai serbi (ve ne parleremo bene in un post dedicato).

Raccontare ciò che abbiamo ascoltato sarebbe riduttivo, posso però dirvi che il racconto del lungo assedio di Sarajevo durato 44 mesi da chi l’ha vissuto sulla propria pelle vale da solo i tanti km percorsi.

Tanti gli aneddoti e le delucidazioni spiegati dalla guida: il perché qui si trova un monumento dedicato alla scatoletta di carne, le uccisioni dei civili durante i funerali, come i cecchini uccidevano i passanti, il periodo di governo con Tito, l’attuale situazione di precaria e silenziosa convivenza.

Finito il tour abbiamo, su consiglio della guida, mangiato dei buonissimi ed economici pite (in 4 abbiamo speso 8 euro con bevande) al Buregdzinica Bosna in Bravadziluk, zona old town. I pite sono dei lunghi involtini di pasta sfoglia con vari ripieni, potete scegliere formaggio, carne, spinaci, patate…veramente buonissimi!

Abbiamo poi passeggiato per la vecchia Sarajevo, siamo passati davanti alla Biblioteca, da poco ricostruita dopo essere stata quasi completamente distrutta durante la guerra, percorso via Telali fino alla fontana Sebilj, una fontana in stile ottomano nel centro di piazza Bascarsija. Tutta la zona intorno alla piazza è un susseguirsi di viuzze in pietra pieni di ristorantini, caffè e negozietti. Nei bazar, che vendono suppellettili in metallo, è possibile vedere gli artigiani lavorare ancora a mano gli oggetti con scalpello e martello.

Sarajevo

Abbiamo poi fatto un giro nel mercato al coperto della città, dove è possibile trovare le note rose di Sarajevo, simbolo dell’impatto mortale di un colpo di mortaio sul pavimento. Segni colorati di rosso sul pavimento per ricordare luoghi in cui vi sono stati stragi di innocenti. Abbiamo poi visitato la moschea Gazi Husrev-beg, la chiesa cattolica del Sacro Cuore e la chiesa ortodossa della Natività di Gesù, ogni angolo della Bosnia ricorda questa mescolanza di etnie e religioni differenti. In via Marsala Tita è possibile vedere la fiamma eterna segno dell’unione dei serbi, croati e bosniaci nella lotta per la libertà della seconda guerra mondiale. Vicino alla fiamma eterna si trova il mercato noto per essere stato luogo di strage durante l’assedio. Proseguendo per la via si arriva al Monumento memoriale per i bimbi vittime della guerra.

Suggerimenti per una visita a Sarajevo:
  • Il rituale del caffè bosniaco è assolutamente da fare, fermarsi in un locale, mettere in ordine le tante emozioni e sorseggiare lentamente la calda bevanda.

  • E’ interessante salire con la funivia fino al Monte Trebevic, qui si trova la pista da bob costruita per le Olimpiadi invernali del 1984. La Funivia, riaperta solo nel 2018, si prende da Hrvatin bb e si trova a 5 minuti a piedi dallo stabilimento di birra Sarajevsko.
  • Tutta la zona dell’Old Town è visitabile tranquillamente a piedi e noi vi consigliamo assolutamente di visitarla così. Se invece desiderate uscire dal centro città ci sono bus e tram. Il Tunnel di Sarajevo si trova a circa 8 km dalla città, attaccato all’aeroporto, ed è raggiungibile in bus o in taxi

  • Visitate almeno un museo sulla guerra in Bosnia. A noi hanno fortemente consigliato la galleria 11/07/95 che si trova vicino alla Chiesa del Sacro Cuore. Visto però il forte impatto emotivo che tale museo può suscitare, ci sono racconti ed immagini del genocidio di Srebrenica, noi con i bimbi abbiamo deciso di visitare solo il Tunnel di Sarajevo.
  • Il tristemente noto Viale dei Cecchini è in Ulica Zmaja od Bosne, ad ovest del centro città, direzione aeroporto.
  • Per info pratiche su cambio, strade, documenti e sanità leggete il nostro articolo Bosnia consigli utili e costi

Abbiamo macinato veramente molti km in pochi giorni per raggiungere la Bosnia, ma la Bosnia è una perla poco conosciuta, assolutamente da conoscere, e che si può ancora definire una meta low cost.

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Francesca

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